Cos'è il realismo magico?
Articolo di Yoana P. Stoimcheva
Spesso si parla di realismo magico come un genere letterario a sé stante, può invece essere un elemento che si insinua tra le pagine senza esserne una colonna portante. Ciò che è certo è che invita a una prospettiva diversa, a lasciarsi avvolgere da un sogno a occhi aperti, familiare ma sospeso nel surreale. Se da un lato il realismo magico costituisce un enorme aiuto nell’affrontare delicate tematiche come quelle del lutto, dell’identità, ecc., accompagnando il lettore in un percorso che va dalla negazione all’accettazione; dall’altro viene magari utilizzato per rievocare un immaginario collettivo e folcloristico, quando le leggende sono credute e le tradizioni praticate con incondizionate dedizione e venerazione.
Ambienti esotici e/o fantastici possono inoltre fare da chiave di lettura per una critica sociale: se leggendo si notano contraddizioni fin troppo incredibili, ecco che la mente è portata a riflettere e scoprire che queste, molto probabilmente, si verificano in maniera più o meno subdola anche fuori dai capitoli. A incrementare il senso di fusione con l’immaginazione, vengono in aiuto salti temporali, ricordi sopiti che riemergono e un accentuato linguaggio simbolico e onirico.
Alcuni esempi:
- Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati
- La meccanica del cuore, Mathias Malzieu
- Cent'anni di solitudine, Gabriel Garcia Márquez
- Finché il caffè è caldo, Toshikazu Kawaguchi
- La casa degli spiriti, Isabel Allende
- La biblioteca di mezzanotte, Matt Haig
- Piranesi, Susanna Clarke

Nelle storie di Najiya
Nei racconti di Najada Jifi Bahloul, il realismo magico si manifesta in diverse forme ed entità. Ma partiamo dall’inizio.
Il Signore della Luna, così come Il cacciatore, sono narrati dal punto di vista di Najiya bambina. Se pensiamo alle storie per i più piccini, alle fiabe o anche ai film d’animazione, ogni adulto sa che ciò che accade è spesso e volentieri irrealistico, ma non rovina la magia, lascia che quei castelli di idee e fantasia si edifichino nelle piccole e ingenue testoline, perché è la morale quella che conta e che gli autori riescono così efficacemente a trasmettere.
Quando il Signore che abita la Luna porta in dono alla protagonista un set di matite colorate o un libro da leggere insieme, la narrazione prosegue. Najiya sa di non poter raggiungere la Luna, ma è sola. D’estate non c’è la scuola e non ci sono le sue amiche. Trova conforto in quel volto che osserva lassù, perché lo vede quasi ogni giorno e la sua presenza è in quel momento più tangibile di qualsiasi altra cosa che possa rallegrarla. Si autoconvince che sia lui a illuminare di sicurezza il buio. E anche quando cresce, anche nelle raccolte di racconti successive destinate a un pubblico adulto come Radici e Ali, anche con una più vasta e terribile consapevolezza di come va il mondo, il Signore della Luna fa il suo cameo, gli vengono chiesti comunque consiglio e rifugio, perché si torna sempre dove si è stati bene. Inoltre, Najiya parla con gli animali, sa che non può capirli ma immagina lo stesso le loro risposte e le prende per vere a tal punto da scegliere come agire di conseguenza.
Lei cresce in un contesto sociale e familiare molto difficile, ma se c’è una cosa che la vita non può toglierle è il suo amico immaginario. Il Signore della Luna rappresenta un veicolo per parlare di inconscio, di elaborazione di traumi, di distacco dalla realtà e di messa in scena di un isolamento necessario a processare i propri dubbi e insicurezze. Nessun adulto finora ha mai osato contestare tutto ciò, altrimenti lei ce lo avrebbe sicuramente raccontato. Nessun capitolo o paragrafo mette in questione l’esistenza o la potenza del Signore della Luna. E cos’è il realismo magico se non questo?
I libri sono accompagnati anche da poesie e illustrazioni, che rafforzano il lirismo e la profondità dei messaggi che si intendono trasmettere e che aiutano a visualizzare elementi culturali e ambientazioni probabilmente lontani dal lettore.
Yoana P. Stoimcheva
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